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Nel novecento la storia dell’implantologia ci ha lasciato molti più reperti, com’è ovvio immaginare. Tutto merito dell’affermazione definitiva della scienza positiva, diremmo.

Comunque sia tutti questi reperti hanno disegnato in soli 50 anni uno sviluppo vertiginoso delle tecniche implantologiche che, a volte, si sono viste bloccate per motivi non prettamente scientifici.

Ma veniamo alla cronaca:  dal 1900 e da Pajne che adotta gli impianti in argento al 1938 con Adams che realizza la prima vite piena filettata, se ne vedono di tutti i materiali. Così si inizia la sperimentazione con manufatti in oro, iridoplatino, viti in porcellana e impianti in “due tempi”.

1938 e 1939 sono invece anni prolifici ma con scarsi risultati immediati. Sia Dhal che Strock si trovano bloccati dalle rispettive comunità scientifiche sulla via della ricerca: il primo viene bloccato dopo il primo impianto iuxtraosseo sottoperiosteo mandibolare da cui emergono 4 monconi per la posizione degli impianti, sebbene l’intervento abbia successo. Il secondo invece esegue un impianto inserendo delle viti piene autofilettanti in Vitallium (cromo-cobalto-molibdeno) in due tempi ma anche lui non riscosse successo.

La famiglia Strock ebbe però la sua rivincita storica: è a loro che viene attribuita la paternità degli impianti endodontici.

Nel ’45 si inizia a studiare la metallurgia implantologica e nascono successivamente fino al ’49 strani modelli (a tubi e cavi) e viti a forma di radice dentaria.

Gli anni ’50 infine vedono un’ulteriore accelerazione, una minore fantasia e una maggiore efficacia ma questo lo vedremo al prossimo appuntamento.

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